Attività sportive a prevalente impegno aerobico, Genova Relazione Evento “15 Dicembre 2018”

Il 15 dicembre si è tenuto a Genova il convegno intitolato “Attività sportive a prevalente impegno aerobico”, un titolo che si è rivelato fin riduttivo rispetto all’orizzonte tematico sul quale si sono orientati i diversi interventi.

Variegati sono stati i contributi dei relatori, diversificato l’auditorio comprendente medici dello sport, cardiologi, fisiologi, preparatori atletici, giovani studenti di scienze motorie, esperti di alimentazione, podologi.

Tale atmosfera ha permesso di evidenziare come l’attività sportiva, l’educazione alimentare, la predisposizione e motivazione mentale facciano ormai parte di un quadro sinergico indissolubile, che si va e si intende sempre più intrecciare con la medicina, in un’ottica preventiva, contemplando di fatto tutti gli elementi che ruotano intorno alle cause che possano evitare certe sintomatologie e cure farmacologiche. In particolare, l’attenzione va focalizzata su quanto e come le varie discipline sportive possano coinvolgere la funzionalità cardiovascolare, respiratoria, traumatologica e metabolica e quindi essere sintesi di presupposti predisponenti ad una condizione di benessere totalizzante.

Lo sport può diventare un vero e proprio “farmaco” d’eccellenza, oggetto esplicito di prescrizione medica, valido ed incomparabile sostituto, il cui motore è rappresentato, dal punto di vista funzionale, da un’alimentazione consapevole e, dal punto di vista motivazionale, da una valutazione cognitiva dinamica ed in continua evoluzione. Quest’ultimo aspetto, anche considerando più specificatamente la prospettiva agonistica dell’attività sportiva, non può che evidenziare che in fin dei conti “solo un uomo migliore è un atleta migliore”, affermazione che, dietro la sua apparente semplicità, nasconde un ben più ampio significato.

Si deve sempre partire dalla considerazione che l’essere umano è un organismo continuamente comunicante attraverso ogni singola cellula di ogni singolo apparato e forse proprio questo aspetto di interrelazione, che solo la natura è riuscita a realizzare, costituisce la nostra continua sfida di conoscenza. In questo senso il cervello rappresenta la vera centralina di coordinamento dell’insieme di relazioni tra neuroni funzionali ad ogni attività, rendendo così la condizione di neuroplasticità presupposto imprescindibile, senza la quale non potrebbe esistere il movimento per l’uomo e senza la quale dunque non potremmo parlare di sport.

La prestazione sportiva non si può allora esaurire in un riscontro di risultato, ma determina un preciso approccio che si traduce, innanzitutto, in una consapevolezza del proprio corpo, del suo funzionamento, del suo valore aggiunto in termini di potenzialità e risorse, ma anche dei rischi in cui è possibile farlo incorrere; quindi, in una consapevolezza  in termini di percezioni sensoriali, di propriocettività, di traduzione motoria di quella che è l’espressione del pensiero.

Tutto ciò sottintende l’adesione, la rielaborazione soggettiva e volontaria di un preciso stile di vita.

Nel corso dell’evoluzione l’uomo ha dovuto fronteggiare diverse pandemie che hanno messo in gioco la sua possibilità di sopravvivenza; nell’ultimo millennio lebbre, peste, sifilide, tubercolosi hanno compromesso lo stato di salute e lo hanno fatto sempre attraverso un agente infettivo.

Azttualmente ci troviamo di fronte a qualcosa di diverso, una pandemia che ha carattere degenerativo e che, a partire dalla cosiddetta sindrome metabolica (condizione di coesistenza di almeno 3 fattori di rischio tra pressione arteriosa, trigliceridi, glicemia, colesterolo hdl, circonferenza addominale), si traduce principalmente in patologie dell’apparato cardiovascolare, con evidente risvolto quanto a incremento di mortalità proporzionale alle sole abitudini quotidiane. Per la prima volta negli ultimi 50 anni si registra un’iniziale riduzione dell’aspettativa di vita invertendo il trend avviato dalla preistoria.

L’ “e..in..voluzione”, conseguente ad eccesso di cibo e scarso movimento, potrebbe pertanto portare nel lungo termine ad un cambiamento delle fattezze dell’essere umano,  definendo  il modello di “homo computerus”, a seguito di inevitabili adattamenti legati alla sedentarietà di una società digitale.

In Italia il 55% degli adulti è in sovrappeso, il 10% in obesità. In Europa il 30% non pratica attività fisica, intendendo con quest’ultima movimento non necessariamente coincidente con quello sportivo strutturato.

Alcuni studi hanno peraltro dimostrato che l’attività fisica può essere in grado di agire anche su soggetti patologici e di determinare una riduzione della mortalità di ben il 30%. Può essere letteralmente prescritta dal punto di vista terapeutico, sia nel paziente cardiologico, che in quello iperteso e si può arrivare a comprendere anche il più complesso paziente con scompenso cardiaco, attraverso il monitoraggio di specifici centri di riabilitazione.

Esistono effettivi cambiamenti strutturali e funzionali che il cuore sviluppa in risposta all’esercizio fisico e che arrivano a definire il cosiddetto “cuore d’atleta” (Coll Cardiol, 1986).

Nella pratica clinica è fondamentale saper distinguere una malattia del muscolo cardiaco da ciò che è la fisiologica risposta all’attività sportiva. L’intensità di quest’ultima, nel senso di resistenza e forza, rappresenta il fattore determinante nel generare sollecitazioni e variazioni emodinamiche e morfologiche a carico del sistema cardiovascolare, che si instaurano progressivamente e regrediscono con l’interruzione dell’allenamento. In particolare, per “cuore d’atleta” ci si riferisce agli adattamenti cardiaci caratterizzati da un aumento simmetrico ed armonico dei diametri endocavitari e degli spessori parietali delle camere atriali e ventricolari. Tali modifiche risultano in funzione del genotipo, dell’età di avvio della pratica sportiva, della  tipologia di allenamento. In merito a quest’ultimo punto si è voluto approfondire l’attuale dibattito in letteratura scientifica sull’esistenza o meno di modelli standard di adeguamento cardiovascolare correlati alle specifiche attività sportive aerobiche.

La ricerca, tramite uno studio del 2012, permette di poter concludere che effettivamente esiste un legame tra diversi sport di endurance e le modificazioni causate dal relativo differente impegno cardiovascolare. I parametri discriminanti sarebbero l’aumento del calibro arterioso e la riduzione dello spessore delle pareti. Esiste insomma un’identificabile arteria da atleta.

Tenendo ben presenti questi presupposti emerge la rilevanza della prevenzione e la conseguente specifica attenzione dedicata all’età evolutiva.

Vi è infatti un inevitabile impatto prognostico di quella che è una condizione di sovrappeso ed obesità infantili sullo stato di salute cardiovascolare in età adulta; l’iperplasia degli adipociti, cioè l’aumento del numero di cellule del tessuto adiposo che si verifica nei primi anni, costituisce un elemento immodificabile per il resto della vita, durante la quale tali cellule potranno presentare più o meno ipertrofia ma non potranno più ridursi quantitativamente. Secondo recenti ricerche dell’OMS, 1 bambino su 20 presenta valori alti di glicemia che sfociano in un diabete di tipo 2, un tempo definito senile proprio in relazione all’età in cui poteva sorgere; più del 30% sviluppa valori alti di trigliceridi e colesterolo, più del 30% uno stato di steatosi epatica e più del 10% valori pressori superiori alla norma. Secondo la piramide dell’attività fisica motoria, proposta dalla Società Italiana di Pediatria, un bambino dovrebbe ogni giorno dedicarsi al gioco di movimento, andare a scuola a piedi, usare la bicicletta, fare le scale, mentre massimo 1ora al giorno dovrebbe essere trascorsa davanti a monitor di tv,pc, smartphone. In tutto ciò gioca un ruolo chiave la presenza dei genitori che, peraltro, per il 37%, arriva a non avere una visione realistica dell’eccesso ponderale dei propri figli e persiste a somministrare un’alimentazione eccessiva basata su distorte apprensioni.

Inevitabilmente e semplicemente i genitori non possono che costituire il buon esempio. Avviarsi al movimento come condotta di vita e, nello specifico, alla pratica di un’attività sportiva strutturata non può che contemplare anche la consapevolezza, nell’ambito di un’alimentazione quanto più varia, di quella che è la funzione e l’utilizzo mirato ed oculato di eventuali integrazioni.

I fabbisogni nutrizionali, anche per le attività più estreme di endurance, non sono affatto così diversi da quelli di persone con un’attività fisica ordinaria, quanto meno dal punto di vista delle proporzioni. La diversità si riscontra principalmente nelle quantità maggiori necessarie a soddisfarli. In particolare, in prove di resistenza di lunga durata, l’obiettivo è quello di mantenere il livello di glicogeno muscolare attraverso i carboidrati. L’importanza di questi ultimi si riscontra sia in fase di pre che di post gara; durante le sole competizioni di durata maggiore di 2ore si dovrà apportare un’integrazione di carboidrati in soluzione. Da ridimensionare invece il ruolo delle proteine, rispetto alle passate aspettative e luoghi comuni; oltre un apporto di 2g/kg di peso corporeo, giustificabile solo in attività sportive di altissima intensità, non si ottiene altro che un controproducente sovraccarico manifestato sottoforma di ipercalciuria, uricemia, lipemia. Ai grassi va restituita la giusta importanza al termine di prove di endurance; non è invece indicato consumarli pre e durante gara per via dei rallentati tempi di digestione. Per quanto riguarda la corretta idratazione, anche sottoforma di equilibrato apporto di elettroliti, solo prove superiori ai 90 minuti necessitano del consumo di bevande ipotoniche. Con tali principali riferimenti, ne discende che, riguardo al complesso tema degli integratori, il quadro legislativo ha il compito di contenere aspettative ingiustificate in termini scientifici su ambìti effetti miracolosi e che, in uno stato di buona salute, allenamenti e competizioni di ordinaria intensità non ne richiedono un utilizzo; questo va, anche in caso di potenziale necessità, monitorato e supervisionato dal punto di vista medico, nonché limitato nei tempi di somministrazione.

La capacità aerobica è in funzione dei substrati e del fattore logoramento; la potenza aerobica è funzione dell’equilibrio di glicogeno, enzimi, cortisolo, la cui presenza, in caso di eccessivo stress da allenamento, riduce la possibilità di utilizzare glicogeno. Il fondamento vero della resistenza è però funzione di cosa e come si pensa. Il rapporto con la nostra mobilità, sia determinato in termini volontari, attraverso le nostre scelte, sia originato in modo involontario,  in conseguenza di traumi o patologie, è infatti direttamente correlato alla nostra attitudine di pensiero. L’ostacolo spesso non è definito dalle caratteristiche di un’azione in sé, ma dall’opinione che si ha di essa. Sicuramente un ruolo chiave gioca la nostra narrazione intesa come nostra origine e storia personale; ciò, insieme alla coscienza dello scopo, al ricordo, alle abitudini e all’inconscio costituisce quello che definiamo “valutazione cognitiva”.

Il “cuore d’atleta” non è pertanto solo espressione anatomica, ma può essere espressione di un vero sentimento di cura di sé; tutti possiamo essere un po’ “atleti” nel momento in cui, prendendo coscienza di noi stessi, elaboriamo una propria ed unica elaborazione di soggettivo benessere.

Non è un caso che per il nostro cervello lo spazio peripersonale si strutturi ed evolva solo in funzione dell’esperienza e che, quindi, nel sedentario la mappatura cerebrale di tutto ciò che viene compiuto risulti impoverita.

L’ultima domanda che è stata posta al termine del convegno ha peraltro voluto far riflettere su come alterazioni dello stato psicologico, a fronte di sindromi ansiose e depressive, implichino inevitabilmente scelte errate o non scelte. Del resto la maggiore difficoltà di applicazione nella quotidianità di linee guida si riscontra nel momento in cui non si riesce a raggiungere il cuore della nostra elaborazione cognitiva. Il fallimento di diete, prescrizioni, ruota tutto intorno alla motivazione, all’elemento che dal piano teorico permette di allinearle alla nostra convinzione. Sono necessarie narrazioni forti. Chimicamente infatti i pensieri producono sostanze che a loro volta alimentano motivazioni di scelta in un senso o l’altro. A questo proposito vorrei citare uno dei testimonial di questo incontro, l’ottantenne Giobatta Persi, ciclista master e pluriprimatista mondiale su pista, un vero esempio di umiltà e determinazione; umiltà nel prendere atto che è necessario ascoltarsi per conoscersi in modo autentico e per vivere con un’equilibrata modestia, ma allo stesso tempo vivace determinazione nel porsi espliciti obiettivi anche nelle abitudini di tutti i giorni.

In sintesi saper classificare le priorità, che definiscono uno stile di vita improntato al benessere, rappresenta la nostra ambiziosa sfida; del resto “Se fossimo in grado di fornire a ciascuno la giusta dose di nutrimento ed esercizio fisico, né in difetto né in eccesso, avremmo trovato la strada per la salute” (Ippocrate 460-377 a.C.).

Un resoconto di una giornata così intensa non può che toccare più o meno sommariamente alcuni dei principali concetti, ma molti rimangono gli stimoli aperti.

Il messaggio che intanto si può fissare è l’intento di incentivare la diffusione di una più nuova “sindrome da atleta”, come sostituta della ormai purtroppo nota “sindrome metabolica”.

 

Dr.ssa Laura Lo Presti

Specialista in Scienza dell’Alimentazione e Gastronomia

 

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